giovedì 19 luglio 2018

36. Esperienze "di confine" e paranormali







Se facciamo due passi di notte e osserviamo il cielo stellato, avvertiamo in modo quasi “tangibile” la nostra piccolezza in tale immensità. Ci rendiamo conto di essere più che mai “attaccati” al nostro punto di vista soggettivo (che genera tali sensazioni), ma siamo anche “travolti” dall’onda di oggettività rappresentata dal “tutto” di cui siamo solo una minuscola parte. Ora, quali che siano le spiegazioni che potremo trovare per i fenomeni particolari che ancora non conosciamo, siamo certi di esistere in tale realtà. La “domanda delle domande”, quindi, suona così: come mai c’è “qualcosa” e non c’è semplicemente il nulla? Questa domanda, che attraversa la storia della filosofia e della scienza (Holt, 2012), non va confusa con quella (non corretta) relativa alle cause di ciò che esiste. Infatti, i teisti affermano che una divinità non creata debba aver creato tutto, ma si può anche pensare che la realtà sia semplicemente “data”. La “domanda delle domande” non riguarda, quindi, le “origini” della realtà e non va confusa nemmeno con la domanda “specifica” relativa ai processi fisici (il big bang e “cose del genere”) che sembrano aver caratterizzato la storia dell’universo che conosciamo. La nostra domanda riguarda invece il puro e semplice esistere di una realtà che potrebbe non esserci. Anche uomini di scienza, tutt’altro che inclini a fare speculazioni metafisiche hanno colto il nucleo di tale questione: “Perché l’universo si dà la pena di esistere? (…) Fino ad oggi la maggior parte degli scienziati sono stati troppo occupati nello sviluppo di nuove teorie che descrivono cosa sia l’universo per porsi la domanda perché?” (Hawking, 1988, pp. 196-197). Il “perché” di tale fatto non ha risposta. Continueremo a renderci conto di essere immersi in una realtà che è “lì” e ci include, ma che potrebbe non esserci. Siamo immersi in un immenso fatto incomprensibile.
Un altro fatto difficile da chiarire è il passaggio dalla realtà fisica a quella biologica. Le conoscenze disponibili relative alle condizioni dell’universo primordiale e a ciò che caratterizza i processi vitali consentono agli studiosi di fare congetture sul passaggio, in tali condizioni particolari, da combinazioni casuali di atomi alla formazione di macromolecole e a vere e proprie cellule. Tuttavia, le congetture più plausibili restano congetture, anche se sono più ragionevoli e interessanti delle speculazioni metafisiche. Dopo le scoperte di Louis Pasteur sappiamo che nelle condizioni chimico-fisiche attuali del nostro pianeta nessun organismo vivente può svilupparsi per “generazione spontanea”. Possiamo tentare delle ricostruzioni teoriche delle condizioni “originarie” del pianeta, ma restiamo comunque incapaci di spiegare i processi specificamente vitali basandoci sulle semplici conoscenze dei processi chimici che li caratterizzano. Le parti di un motore, se vengono assemblate in un certo modo, lo “mettono in moto”, ma ciò non capita con le parti di un organismo: “nessuna delle parti che compone la cellula è ‘vivente’ in se stessa” (Tortora, 2017, p. 119). Tale (seconda) domanda merita di essere ricordata, anche se ci tocca più intellettualmente che emotivamente. Siamo turbati dal fatto di esistere “senza ragioni” in una realtà semplicemente “data”, mentre il fatto di essere più “simili” ad un batterio che ad un sasso ci crea meno turbamento. Lo stesso vale per l’essere mortali (in quanto esseri viventi): quando siamo turbati pensando alla nostra inevitabile morte non pensiamo alla perdita dei nostri organi “vitali”, ma alla perdita delle nostre sensazioni, dei nostri ricordi, del contatto con le persone che ci sono care.
Il terzo fatto che genera domande a cui non si trovano risposte è costituito dalla presenza di animali coscienti e di esseri umani autocoscienti e quindi di punti di vista soggettivi in una realtà concepita come oggettiva. Ho già discusso l’argomento nel capitolo precedente e ora posso solo sottolineare che tale argomento è quello che ci tocca più da vicino. La domanda “Come mai c’è qualcosa anziché il nulla?” e quella relativa al modo in cui si è sviluppata la vita dalla “non vita”, sono domande che rendono non scontata o ovvia la realtà in cui viviamo, ma quella relativa all’essere “noi stessi” in un oceano di oggettività che è “altro da noi” ci fa sentire incerti e smarriti. In fondo, la teoria dell’evoluzione ci descrive come esseri che hanno acquisito una “forza” che li rende consapevoli della loro “debolezza”.
Le speculazioni metafisiche religiose e non religiose trasformano la polarità “data” fra fatti oggettivi ed esperienze soggettive nella opposizione fra un’ipotetica “sostanza” materiale e un’altrettanto ipotetica “sostanza” spirituale. In questo modo però non hanno mai prodotto vere conoscenze. Di fatto, la fisica teorica dell’ultimo secolo ha spazzato via l’idea di “sostanza” persino dal piano fisico. “Se il mondo fosse fatto di cose, d’altra parte, quali sarebbero queste cose? Gli atomi, che abbiamo scoperto essere composti a loro volta di particelle più piccole? Le particelle elementari, che abbiamo scoperto essere nient’altro che eccitazioni effimere di un campo? I campi quantistici, che abbiamo scoperto essere poco più che codici di un linguaggio per parlare di interazioni e eventi? Non riusciamo a pensare al mondo fisico come fatto di cose, di enti. Non funziona. Invece funziona pensare il mondo come rete di eventi” (Rovelli, 2017, p. 88). Anche il tempo si è in qualche modo “dissolto” o “sfaldato”. Infatti, “Fisici e filosofi sono arrivati alla conclusione che l’idea di un presente comune a tutto l’universo sia un’illusione e lo ‘scorrere’ universale del tempo sia una generalizzazione che non funziona” (Rovelli, 2014, p. 65). La fisica teorica ci porta a pensare che “la struttura temporale del mondo sia diversa dall’immagine ingenua che ne abbiamo. Questa immagine è adatta alla nostra vita quotidiana, ma non è adatta per comprendere il mondo nelle sue pieghe minute o nella sua vastità” (Rovelli, 2017, p. 168). La realtà oggettiva è oggi, per la scienza, un intrico di campi, di interazioni e di probabilità e da quando siamo consapevoli di non poter più concepire la materia come una “sostanza”, abbiamo ancor meno ragioni per immaginare un’altra sostanza (spirituale). Se le nostre esperienze ci portassero ad includere nella realtà anche marziani, fantasmi o angeli disporremmo di altre conoscenze. E anche in questo caso dovremmo distinguere ciò che conosciamo oggettivamente dei marziani, dei fantasmi o degli angeli da ciò che proviamo (soggettivamente) interagendo con tali entità. Le autentiche conoscenze, quindi, non possono liberarci dal senso di precarietà che deriva dall’essere soggetti in una realtà oggettiva.
Da millenni accumuliamo conoscenze sempre più complesse e oggi riusciamo a spiegare molte cose della nostra fisiologia, delle nostre emozioni, delle piante, degli animali, delle stelle e persino di eventi ipotizzati e mai direttamente osservati, ma continuiamo a non capire come possiamo essere inclusi in una realtà oggettiva che esclude la nostra soggettività. Se proviamo dolore ad un piede, siamo “noi” a provare dolore e sappiamo che il piede non prova nulla, perché ha (molto) a che fare con noi, ma “non è noi”; infatti, resteremmo “noi stessi” anche senza il piede. Ci chiediamo, quindi, se potremmo restare noi stessi anche senza il cuore (un altro oggetto osservabile come il piede) o senza il cervello. E se potremmo restare noi stessi anche dopo la nostra morte. Ci chiediamo anche come possa la nostra avventura personale restare “nostra”, pur mutando continuamente. E’ davvero un’avventura o è solo un pallido riflesso di qualcosa che accade? Un riflesso che solo per un equivoco ci sembra “nostro”? Ma anche se fosse un’illusione sarebbe una nostra illusione.
La scienza non ci aiuta e non può aiutarci a comprendere il rapporto fra dimensione soggettiva e oggettiva perché si occupa solo dei fenomeni oggettivi (fisici, biologici e anche psicologici) che rientrano nella “realtà ordinaria”. Ciò ci consente di immaginare che possa aiutarci se si occupa dei fenomeni che sono o sembrano collocabili ai confini della realtà ordinaria. Alcuni studiosi hanno scelto questa linea di indagine e credo sia importante tener presenti i loro contributi. Non prenderò, quindi, in considerazione ipotetiche conoscenze “esoteriche” basate (come le religioni) su tradizioni, ma linee di ricerca di tipo empirico, relative a fatti osservabili ma insoliti. Linee di ricerca volte a chiarire se tali fatti sono davvero fatti, se possono in qualche modo essere spiegati e se ci aiutano a spiegare ciò che di noi stessi non riusciamo a capire.
Sicuramente i fenomeni definiti “paranormali” e a volte “parapsicologici”, o non sono fenomeni reali oppure sono fenomeni reali non ordinari che richiedono spiegazioni adeguate. I dubbi relativi a tali fenomeni sono dovuti principalmente a tre fattori: a) in molti casi sono stati smascherati come mistificazioni, b) spesso tali fenomeni non sono ripetibili o lo sono, ma non in maniera controllata, c) spesso tali fenomeni sono sperimentati solo da soggetti dotati di una particolare “sensibilità” e possono essere valutati soltanto per le loro conseguenze oggettivamente controllabili. Tali difficoltà non rendono ingiustificate le ricerche, dato che anche i fenomeni subatomici o astrofisici non possono essere osservati direttamente. La scienza è tale per i metodi che adotta, per il tipo di elaborazioni teoriche che sviluppa e per le previsioni che ricava; non è tale se pregiudizialmente approva o disapprova delle linee di ricerca.
Pur essendo partito da una posizione decisamente scettica, giustificata dalla mia formazione in filosofia della scienza, ho a più riprese aggiustato il tiro, raggiungendo la convinzione secondo cui la realtà potrebbe anche essere più complessa di quella descritta dalla scienza occidentale. Negli anni in cui ho praticato regolarmente la Meditazione Trascendentale (cfr. Bloomfield e AA. VV, 1975; Wallace-Benson, 1979) ho sperimentato di persona che un esercizio quotidiano molto semplice mi permetteva di dormire poche ore ogni notte e quindi di avere a disposizione lunghissime giornate. La scienza spiega le caratteristiche fisiologiche associate allo stato mentale indotto dalla MT, ma non spiega come un particolare mantra (un semplice pensiero) induca tali effetti. Analoghe perplessità sono dovute ai risultati che si possono ottenere con l'agopuntura che ha come teoria (o pseudoteoria) di riferimento una "fisiologia sottile" che non ha molto a che fare con le conoscenze della medicina occidentale. Negli ultimi anni, vari studiosi hanno preso in considerazione una possibile integrazione della tradizione scientifica e medica occidentale e di quella orientale (cfr. Capra, 1975 e 1982), ma va riconosciuto che la questione è tuttora aperta.
Lo studio del paranormale, quando sembra produrre risultati convincenti, apre scenari nuovi, nel senso che sembra giustificare un “piano di realtà” diverso da quello che da sempre la scienza e il “senso comune” hanno concepito come “realtà oggettiva”. Voglio prima di tutto accennare ad alcuni fenomeni che in certi casi sembrano autentici, ma non sembrano riconducibili alle conoscenze consolidate o ad una loro prevedibile estensione. In particolare voglio esaminare le OBE (Out of the Body Experiences, o esperienze fuori dal corpo, o esperienze bilocative) e le NDE (Near Death Experiences o esperienze di chi ha “sfiorato” la morte ed è rimasto o “ritornato” in vita). In seguito prenderò in considerazione anche altri ambiti della ricerca sul paranormale.
Le pubblicazioni riguardanti le esperienze fuori dal corpo sono numerose e non sempre rigorose. Non avendo mai fatto esperienze personali di questo tipo (né di altro tipo nell’ambito del paranormale) utilizzerò i resoconti di studiosi autorevoli o di soggetti sperimentali ritenuti affidabili da studiosi autorevoli. Una ricerca (1968) svolta da Charles Tart (docente universitario statunitense e autore di molti articoli e saggi specialistici) è a mio parere particolarmente interessante. Tart esaminò un soggetto (indicato come Miss Z) che affermava di spostare nelle ore di sonno notturno il proprio centro di consapevolezza all’esterno del corpo e di fare, quindi, esperienze non dipendenti dai propri organi fisici di senso. Considerava inoltre queste esperienze nettamente distinte da quelle che rientravano nei normali sogni. Tart cercò di valutare se si potessero individuare riscontri oggettivi di queste esperienze soggettive procedendo in questo modo: per quattro notti Miss Z dormì nel laboratorio dell’Università collegata a vari apparecchi adatti a rivelare gli stati cerebrali, la pressione sanguigna, e altre condizioni fisiologiche e si impegnò a riferire le eventuali esperienze (spontanee) di OBE. In particolare, Miss Z aveva il compito di fluttuare in prossimità del soffitto, in modo da poter leggere un numero formato da cinque cifre scritto su un foglio posto in cima ad una libreria e non visibile, quindi, né dal suo lettino, né da un osservatore in piedi nella stanza. Nelle quattro notti Miss Z fece varie esperienze di OBE (caratterizzate da stati cerebrali diversi da quelli normali nel sonno), ma solo nel corso della quarta notte riuscì a “lasciare il proprio corpo” in modo da leggere il numero. La lettura fu corretta e, ovviamente, le probabilità di indicare per caso cinque numeri in ordine erano praticamente nulle. Tart stesso considerò i vari limiti dell’esperimento effettuato (e che non fu ripetuto perché Miss Z, che era un soggetto volontario, poi si trasferì in un’altra città), ma aveva preso molte misure che lo inducevano ad escludere interpretazioni alternative dei risultati. Tra l’altro, Tart ha pubblicato altri lavori sull’argomento (1997) riportando sia l’esperimento fatto con miss Z, sia esperimenti svolti con altri soggetti ed è stato molto accurato nel riportare vari casi in cui i risultati non avevano confermato in modo convincente le (presunte) esperienze di bilocazione.
Tart suggerisce questa interpretazione dei fenomeni bilocativi: corpo e mente hanno proprietà specifiche, ma nell’esperienza quotidiana ordinaria si intrecciano e generano esperienze molto diverse da quelle che invece si verificano nelle OBE. Nei processi bilocativi i soggetti continuano a sentirsi simili alla loro controparte fisica (e persino a percepirsi con gli abituali vestiti) solo per via della stretta associazione stabilita in precedenza fra il funzionamento mentale e la dimensione corporea. Questa interpretazione, simile a quella tradizionale dell’anima, ma puramente descrittiva e non ancorata a premesse metafisiche e religiose, a parere di Tart, si adatta ai dati finora acquisiti e costituisce un quadro concettuale adatto a favorire ulteriori ricerche empiriche (1974, pp. 347-348). Non a caso, questo studioso ha cercato di fondare su basi empiriche le proprie ipotesi dualistiche (2006).
La ricerca svolta da Celia Green (1968) è molto diversa da quelle sperimentali ora considerate. E’ basata, infatti, su resoconti personali richiesti dall’autrice attraverso un appello lanciato sui giornali e attraverso la BBC. Questa studiosa britannica ha dato un contributo interessante procedendo in modo indiretto: ha infatti evidenziato le notevoli somiglianze fra le esperienze di OBE riportate da persone diverse e verificatesi in periodi diversi. Ora, se mille persone che hanno sognato asini che volano raccontassero i loro sogni, presumibilmente racconterebbero storie molto diverse, proprio perché i sogni sono creazioni e non esperienze. Per questo motivo le significative concordanze rintracciate nelle centinaia di testimonianze raccolte da Celia Green depongono a favore del fatto che i fenomeni bilocativi, almeno in molti casi, non siano riconducibili ai processi onirici o allucinatori. Nella mia storia personale ho conosciuto alcune persone che mi hanno confidato esperienze di quel tipo. Non persone inclini a vantarsi di disporre di “poteri” strani o interessate ad oroscopi e pendolini, ma persone semplicemente disposte a farmi una confidenza, perché venute a conoscenza dei miei interessi per l’argomento.
L’analisi filosofica e le scienze naturali ci hanno tolto dal pantano delle concezioni speculative sulla materia e sullo spirito e ci hanno fatto prendere confidenza con metodologie rigorose di ricerca che rendono possibili conoscenze controllabili. In questo processo culminato nella “rivoluzione scientifica” degli ultimi secoli restiamo però “fermi” su una questione fondamentale: noi concepiamo come “dimensione oggettiva” quella che possiamo descrivere e controllare con gli altri, ma restiamo “soli” in quella dimensione costituita dai nostri pensieri e da ciò che sentiamo. Una dimensione a cui gli altri non hanno accesso diretto. Normalmente le due dimensioni sono intrecciate: un danno in una particolare area del cervello può alterare significativamente le capacità percettive, motorie e la stessa capacità di ragionare. Ora, i resoconti di casi in cui la dimensione soggettiva è o sembra dispiegarsi indipendentemente dai processi oggettivi del corpo e del cervello, ci prospettano una concezione della realtà che non è puramente speculativa (metafisica), ma che non coincide con quella che si ricava dalle scienze naturali. Nei fenomeni bilocativi sembra che noi possiamo essere “noi” e fare delle esperienze anche indipendentemente dal nostro corpo, dato che proprio il nostro corpo può essere da noi osservato come un oggetto fra gli altri oggetti. I fenomeni bilocativi potrebbero anche essere non autentici, ma, se autentici, ci portano anche a considerare l’eventualità che la morte fisica, corporea, non sia la semplice conclusione della nostra storia personale.
A tale proposito, vanno esaminate le NDE (Moody jr., 1975), ovvero le esperienze riportate da persone che affermano di essere “ritornate” nel loro corpo dopo aver superato il confine fra la vita e la morte. Il fatto che tali persone raccontino (spesso dopo un intervento chirurgico) di aver provato sensazioni di profonda pace e di essere poi state “risucchiate” nel corpo fisico, sollecita interrogativi profondi. Soprattutto consente di pensare (come nel caso delle OBE) che davvero la nostra dimensione soggettiva possa non essere semplicemente un riflesso del corpo fisico. Anche i resoconti delle NDE di persone diverse sono, come le OBE, per certi aspetti molto simili. Tale eventualità non conferma il cosiddetto “aldilà” descritto dalle religioni, ma implica molte cose sicuramente di grande importanza. Anche sulle NDE sono state svolte ricerche interessanti, sulle quali sarebbe opportuno ragionare prescindendo da ciò che si preferisce credere o non credere. In un resoconto di tali esperienze di confine, svolto da un punto di vista molto critico (o “scettico”), James E. Alcock (2001) esamina vari dati per dimostrare che le NDE non possono essere reali e afferma nelle conclusioni che “i racconti di chi è stato vicino alla morte non richiedono interpretazioni mistiche”. A mio parere l’analisi di tali fenomeni dovrebbe almeno lasciare dei dubbi. Mi stupisce, quindi, un’affermazione schematica sull’argomento fatta da un neuroscienziato e psichiatra: “sia i sogni di volare sia le esperienze fuori dal corpo sono causate da un’insufficienza di sangue in una regione del cervello posta appena dietro la tempia” (Tononi, 2012, p. XIX). Spesso noi abbiamo dei falsi ricordi: ad esempio, ripensando a quando eravamo in una spiaggia, facilmente visualizziamo noi stessi (dall’esterno) stesi sulla sabbia mentre nella realtà noi avevamo visto il mare, la sabbia e il cielo ma non noi stessi in quella posizione. Ciò, però non dimostra che qualsiasi osservazione (esterna) di noi stessi debba essere una sorta di ricostruzione o rielaborazione analoga ai falsi ricordi. Lo stesso vale per i collegamenti che si possono stabilire fra le NDE e alcune allucinazioni indotte da droghe. Purtroppo non possiamo basarci su esperienze ripetibili in condizioni controllate per dire qualcosa di definitivo sulle NDE, ma non possiamo nemmeno definirle allucinatorie solo perché alcune esperienze allucinatorie risultano simili.
Christian Agrillo (2011) ha riportato molte ricerche volte ad individuare i processi cerebrali che possono determinare sia certi aspetti delle visioni ricorrenti nelle NDE, sia certi aspetti dei fenomeni bilocativi. I risultati di tali ricerche sono interessanti perché evidenziano come i processi determinati dalle condizioni critiche di “quasi morte” possano produrre effetti successivamente classificati come NDE. Suggeriscono, quindi che tali esperienze possano essere non la parte iniziale di una “altra” vita, ma un temporaneo strascico soggettivo di questa (unica) vita. Ovviamente, l’esame di particolari aspetti delle NDE è significativo, ma lascia intatta la convinzione delle persone che hanno avuto tali esperienze: la convinzione di aver sperimentato qualcosa di reale e di irriducibile a fenomeni allucinatori o ad esperienze oniriche.
Certamente qualcosa di “immanente” o “terreno” o riconducibile a fatti ordinari accettati dalle scienze naturali deve intervenire nelle esperienze “di confine” (NDE) o in quelle bilocative (OBE), poiché alcuni aspetti di tale esperienze sono sfuggenti o incoerenti o simili ad esperienze ordinarie in condizioni particolari. Un’osservazione, in particolare, mi ha colpito: mentre le tipiche NDE esaminate nei paesi occidentali sono caratterizzate dal passaggio attraverso un tunnel che conduce alla luce, “in Giappone la visione perimortale più comune è quella di un fiume che separa la vita dalla morte” (Corazza, 2008, p. 30). Queste “peculiarità culturali” ovviamente non invalidano l’ipotesi di una “realtà” delle NDE, ma portano a ritenere che in esse rientrino anche aspetti “immanenti” e quindi riconducibili alla storia terrena ed al sistema nervoso. Ciò che, invece, resta tutt’altro che scontato è che le NDE (o le OBE) siano solo riflessi di processi neurologici non ancora compresi.
A mio parere, i riscontri oggettivi che maggiormente rafforzano la convinzione che “noi” possiamo esistere indipendentemente dal nostro corpo, sono quelli ricavati da esperienze bilocative in cui i soggetti hanno fatto osservazioni dimostratesi poi corrette. In questo senso, gli studi di Tart sono decisamente preziosi. Proprio questi fenomeni portano a ritenere che anche le NDE, per quanto correlate ad alcune particolari condizioni cerebrali, non siano riducibili ad esse. Una persona che conosco molto bene e che non è mai stata ricoverata in un reparto psichiatrico, dopo un delicato intervento chiese al chirurgo se egli avesse davvero detto certe cose al suo assistente. Il chirurgo, imbarazzatissimo, lo ammise, ma commentò che lei “non poteva” aver udito quelle parole. Tuttavia, non potendo negare l’evidenza, concluse che a volte gli effetti dell’anestesia sul cervello sono più complicati di quanto al momento si conosce. Risposta fideistica: poiché la cosa “era impossibile”, prima o poi avremmo “sicuramente” ottenuto la “vera” spiegazione. Allo stesso modo, se chiediamo ad un credente come ci si possa basare su una lunghissima tradizione orale e scritta per credere che Mosé abbia davvero parlato con dio, egli risponderà che dobbiamo credere a ciò perché la bibbia è la parola di dio e deve, quindi, essere veritiera. Dopo aver sperimentato la bilocazione nel corso dell’intervento chirurgico, quella persona si è ulteriormente “allontanata” dal corpo sentendosi avvolta da qualcosa che mi ha descritto come “luce” e ha sentito di non voler “rientrare nel corpo”. E’ “ritornata” solo perché ciò le sembrava inevitabile o necessario.
Il grande e variegato insieme di fenomenologie paranormali ci porta in vari modi a dubitare di qualcosa: o dell’autenticità dei fenomeni descritti o della completezza della concezione della realtà delineata dalle scienze naturali. Se le mie capacità e le mie conoscenze fossero maggiori, potrei essere uno studioso davvero affidabile, perché sono emotivamente indifferente all’idea di una possibile trascendenza o di una realtà semplicemente immanente. Sono indifferente non nel senso che non abbia desideri e non provi emozioni pensando a tali eventualità, ma nel senso che mi sento a mio agio in entrambi i casi: mi sento a mio agio all’idea di proseguire l’avventura della mia vita dopo la morte fisica e mi sento a mio agio all’idea di concludere definitivamente la mia storia personale. Ogni giorno accarezzo la felicità di aver fatto esperienze di armonia con me stesso e con alcune persone, nonostante tutte le vicende che mi hanno fatto male. Per “dar senso” a tutto ciò non ho bisogno né di credere né di non credere a ciò che non conosco a sufficienza. Purtroppo sono l’ultima persona al mondo capace di dare un contributo a ricerche mediche o a sperimentazioni di laboratorio. Posso solo esaminare criticamente gli studi fatti da altri e le esperienze che altri mi hanno descritto. Alcune ricerche e testimonianze (non tutte) relative ad eventi per lo meno insoliti mi sembrano convincenti e ciò, unito al fatto (indiscutibile) che la nostra dimensione soggettiva è irriducibile alla “realtà” oggettivamente conoscibile, mi fa pensare che la “realtà reale” possa anche essere diversa da quella che attualmente siamo in grado di conoscere.
A questo punto vorrei accennare ai fenomeni (reali o non reali) di “alta medianità”, che pongono problemi la cui soluzione non è facile. Negli anni in cui ero molto interessato a questi temi, non ho potuto partecipare alle sedute che, in base alle letture fatte, avevo trovato più interessanti, perché erano decedute le persone che stabilivano (o erano ritenute capaci di stabilire) un contatto con entità trapassate. Fui però invitato ad una seduta collettiva organizzata da un amico con una medium statunitense allieva di una persona di cui avevo letto un libro per lo meno interessante. Il mio scopo era soprattutto quello di capire se davvero in tale incontro accadesse “qualcosa”. A differenza di altri partecipanti che comunicarono difficoltà personali e ricevettero risposte sagge e incoraggianti, chiesi come mai nel corso della notte fossi stato così agitato e mi fossi svegliato sentendo un gran peso sul cuore. In realtà avevo dormito benissimo e mi ero svegliato sentendomi semplicemente desideroso di capire se avrei fatto un’esperienza positiva o avrei perso tempo. La medium, che affermava di mettersi in contatto con il mio spirito guida, mi diede spiegazioni molto “profonde” sul periodo difficile che stavo attraversando e non commentò in alcun modo la falsità delle mie dichiarazioni iniziali. Penso che anche un “angelo di seconda classe” come quello del bellissimo film diretto da Frank Capra (La vita è meravigliosa) mi avrebbe comunicato qualcosa di significativo e non avrebbe cercato di farmi risolvere un problema che non avevo. Il pregevole film recente di Clint Eastwood (Hereafter) ha sia il merito di denunciare gli inganni nell’ambito dello “spiritismo” e la “fame” di rassicurazioni che tante persone provano, sia il merito di lasciar spazio alla possibilità che l’esistenza umana non sia solo terrena.
Al momento, le mie domande restano senza risposte per me “conclusive”. Pur avendo, quindi, provato il desiderio di verificare di persona il terreno della “alta medianità”, non ho potuto fare esperienze significative. Vivendo a Bologna ho però avuto modo di conoscere Silvio Ravaldini, recentemente scomparso, che era direttore della Fondazione Biblioteca Bozzano–De Boni. Lo ricordo come una persona intelligente e molto semplice. Essendo cresciuto in una famiglia in cui si svolgevano regolarmente sedute medianiche, ha coltivato nella sua vita un vivo interesse per i fenomeni paranormali e, in età avanzata, ha riportato in un libro (1988) gli avvenimenti sui quali da ragazzo aveva preso appunti. Non voglio riassumere i concetti che sono affiorati negli incontri da lui descritti o in altri ambiti della “alta medianità” (ad es. Roberts, 1970 e 1972; Cerchio Firenze 77, 1977), ma desidero esaminare alcuni fatti che depongono a favore o a sfavore dell’autenticità di tali fenomeni e che pongono anche problemi difficili e scomodi.
Si usa il termine “alta medianità” nei casi in cui l’attività del medium non è classificabile come commerciale o “professionale”, in cui le (presunte) comunicazioni non sono banali e non sembrano ingannevoli, in cui il medium non solo evita di arricchirsi ma anche di procurarsi ammiratori e in cui nelle sedute affiorano “insegnamenti” filosoficamente complessi e si verificano anche altri fenomeni che sembrano inspiegabili. In vari casi i contenuti di tali “incontri” sono sfasati rispetto al patrimonio conoscitivo (spesso molto limitato) del medium. Per un ciarlatano sarebbe facile raccontare che è in contatto con il genitore di un partecipante e comunicare il suo affetto, ma non sarebbe facile esporre concezioni filosoficamente complesse della realtà. Questo fatto non si spiega o si spiega supponendo eventualità ancor più strane come il contatto telepatico del medium con qualche studioso che da qualche parte si lascia “leggere i pensieri”. Le sedute che trovo più interessanti sono sempre state svolte con molta discrezione (a differenza di quelle che caratterizzano le sette religiose in cui si vendono “verità e miracoli”) e ad esse sono stati invitati in certi momenti anche studiosi che avrebbero (forse) potuto smascherare imbrogli. Le pubblicazioni di tali sedute in certi casi sono avvenute anni dopo l’inizio degli incontri o dopo il decesso del medium e questo fatto, pur non rendendo possibili delle verifiche, sicuramente fa escludere un bisogno di “fama”. La lettura di questi resoconti colpisce perché essi offrono idee sulla vita umana coerenti, filosoficamente complesse, più interessanti delle speculazioni di illustri filosofi. Anche se faccio fatica ad accettare certe affermazioni espresse in tali sedute, sono colpito dal fatto che vi siano delle somiglianze fra alcune idee comunicate da entità che si sono manifestate attraverso “sensitivi” diversi, in città diverse, in continenti diversi e in periodi storici diversi.
Nonostante la mia profonda antipatia per gli “illuminati” del settore, soprattutto per quelli di formazione “New Age”, tendo a prendere in considerazione la possibilità che “qualcosa” stia davvero alla base di alcuni resoconti di sedute riconducibili all’ambito dell’alta medianità. In ogni caso, continuo a non capire ciò che non capisco. Soprattutto, mi chiedo quanto di un possibile messaggio proveniente da un altro piano di realtà appartenga a tale “altra” realtà e quanto sia dovuto alla traduzione linguistica e concettuale che fa parte della “nostra” realtà. In pratica, non riesco proprio a prendere queste comunicazioni alla lettera perché, anche se fossero autentiche, difficilmente potrebbero dirmi qualcosa che inevitabilmente recepisco con le mie capacità e i miei limiti e che lo stesso medium ha recepito e “tradotto” con le proprie capacità e i propri limiti. Le varie entità che sono ritenute Guide nei casi di alta medianità non lasciano messaggi di tipo religioso e, anzi, includono le religioni fra le visioni riduttive della realtà costruite dagli esseri umani. Non trasmettono nemmeno concezioni moralistiche e non colpevolizzano le persone. Comunicano in genere l’idea che attraversiamo la nostra esistenza per fare alcune esperienze che abbiamo bisogno di fare. Occorre però evidenziare che queste entità non comunicano messaggi identici e loro stesse, in certi casi, hanno spiegato che tali differenze dipendono dai limiti della loro consapevolezza. Per questo motivo, anche chi ritiene che i fenomeni manifestatisi con un particolare medium siano autentici, deve tener presente che le entità manifestatesi comunicano solo ciò che sono riuscite a comprendere e lo esprimono solo nei limiti determinati dalla “traduzione” che il medium ha reso possibile (cfr. Cerchio Firenze 77, 1977, cap. 15, p. 174).
Anche se non posso nemmeno tentare di fare un riassunto delle idee trasmesse da varie “guide” in varie sedute medianiche, vorrei evidenziare un tema che è stato riproposto in varie occasioni: la realtà di cui facciamo parte come esseri umani viene presentata non tanto come un insieme di processi evolutivi da cui affiora la nostra coscienza, ma come un effetto dell’attività “fondamentale” della nostra coscienza. Silvio Ravaldini, ricordando le sedute di cui fu testimone da giovane, ha scritto: “tutti coloro che si manifestarono sempre affermarono che la parentesi umana è praticamente inesistente. Infatti dissero più volte che la vita nella materia è un sogno” (1988, p. 210). E’ curioso come dopo vari decenni, l’entità Seth manifestatasi negli Stati Uniti attraverso la medium Jane Roberts abbia fatto questa affermazione: “siete i creatori del mondo fisico così come lo conoscete” (Roberts, 1970, p. 114). Mi colpisce il fatto che in modi simili, anche se non identici, questi “insegnamenti” diano una “forma” particolare a quell’idea generale, prospettata solo come ipotesi non irragionevole, da Thomas Nagel nel libro Mente e cosmo (2012). Probabilmente egli si ribellerebbe all’idea di essere anche lontanamente collegato a queste “trasmissioni spiritiche”, ma è sua la responsabilità di aver prospettato una possibile evoluzione di tipo “psichico” dell’intera realtà cosmica.
Avendo riscontrato personalmente che in certi ambienti apparentemente seri si possono fare esperienze di medianità poco credibili, resto dubbioso sulle esperienze medianiche rispetto alle quali sono state avanzate delle valutazioni critiche. Mi riferisco, ad esempio, a quelle di Massimo Polidoro e Luigi Garlaschelli (2001) relative alle sedute del Cerchio di Firenze. In questo caso, data la notevole complessità delle comunicazioni, stento a considerare tutta l’esperienza (protrattasi per tanti anni) inautentica, ma devo restare nell’incertezza. Trovo più convincenti i resoconti fatti da Silvio Ravaldini (1988) perché egli parlava delle sue esperienze con una semplicità disarmante.
Vorrei ora almeno accennare ad un altro insieme di fenomeni paranormali sui quali esiste un’abbondante letteratura che, purtroppo, include sia documentazioni di (presunti) fatti, sia contestazioni di tali fatti. Non credo sia compito mio fare il punto della situazione perché vari studiosi hanno già fatto cose del genere e continuano a trasmettere ciò che hanno capito o ritengono di aver capito. Voglio solo accennare al lavoro di Russell Targ (2012), un fisico che dal 1972 al 1982 ha svolto ricerche finanziate dalla NASA e dalla CIA sulle capacità psichiche paranormali. E’ difficile pensare che enti pubblici di quel tipo abbiano devoluto tante risorse a ricercatori incapaci di produrre alcun risultato. Targ scrive: “alcuni nostri vedenti psichici furono in grado di trovare un bombardiere russo abbattuto in Africa, di descrivere lo stato di salute di ostaggi americani in Iran, di individuare un generale americano rapito in Italia. Abbiamo descritto fabbriche d’armi in Siberia e un test atomico cinese tre giorni prima che si verificasse” (2012, p. 28). Targ ha lavorato con vari sensitivi e soprattutto con Ingo Swann, un artista molto disponibile a sottoporsi a test controllati. A lui si deve l’uso dell’espressione “visione remota”. Targ scrive in modo asciutto, senza quell’entusiasmo “strano” che caratterizza molti libri sul paranormale. In ogni caso, non sono pregiudizialmente scettico sulla visione remota e la percezione extrasensoriale perché sono stato testimone di alcuni fatti che non saprei spiegare in altri modi. Da giovane ho vissuto alcuni anni a Napoli con una ragazza e in alcune (poche) occasioni prendemmo in considerazione seriamente la possibilità di lasciarci. Ogni volta, ricevemmo una telefonata della madre della mia compagna che era preoccupata per noi. Quella signora abitava a centinaia di chilometri di distanza e non telefonava mai, ma in quei momenti “critici” sentiva qualcosa e sicuramente non con l’udito. Ho conosciuto anche alcune persone inclini a percepire “energie” particolari in certi ambienti fisici o sociali, ma, oltre ad essere compiaciute della loro “sensibilità” non dicevano nulla di significativo. Nel caso della madre della mia ragazza, invece, questi atteggiamenti erano assenti. Sapevo, anzi, che da bambina era stata prescelta da una parente come la persona a cui “trasmettere” la propria “sensitività”, ma lei aveva rifiutato quel ruolo perché era spaventata dalle cose “insolite”.
I fenomeni che non sembrano riconducibili alla concezione scientifica della realtà che ci è familiare, sono tanti e ci suggeriscono che forse “noi” non siamo solo ciò che crediamo di essere e non esistiamo solo nella realtà che consideriamo oggettivamente data. Le ricerche di Ian Stevenson (1974; 1997), che includono casi di bambini che mostrano di conoscere persone mai incontrate nella loro vita attuale o che hanno segni sulla pelle difficili da spiegare, sono a dir poco inquietanti. Risultano in qualche modo coerenti solo considerando la possibilità della reincarnazione. La questione è però spinosa, perché spesso la reincarnazione è presentata come una serie di esperienze che una “anima” dovrebbe acquisire in varie vite per raggiungere uno sviluppo spirituale e tale idea mi sembra difficile da accettare perché assomiglia troppo alle esperienze umane di crescita culturale. Anche se certi fenomeni sono autentici non è detto che debbano essere inquadrati nei nostri consueti schemi concettuali. Proprio in una comunicazione medianica è stata messa in dubbio la comune interpretazione delle reincarnazioni: “La distanza tra una vita e l’altra esiste psicologicamente e non in termini di anni o secoli (…) le vite reincarnative sono in effetti presenti alternati. C’è un’interazione tra voi e i vostri sé reincarnativi, un’interazine costante. (…) La reincarnazione, così come viene spesso spiegata , nei termini di una vita dopo l’altra, è un mito” (Roberts, 1972, p. 346). Tale interpretazione, anche per chi tende a credere nella reincarnazione, può sembrare bizzarra, ma, di fatto, non lo è più di quanto lo siano le idee della fisica teorica sul tempo: “Per un’ipotetica vista acutissima che vedesse tutto non ci sarebbe tempo ‘che scorre’ e l’universo sarebbe un blocco di passato presente e futuro. Ma noi esseri coscienti abitiamo il tempo perché vediamo solo un’immagine sbiadita del mondo” (Rovelli, 2014, p. 67).
Le testimonianze di fenomeni paranormali che sono stati smascherati come imbrogli giustificano un atteggiamento scettico, ma altre testimonianze che, pur difficili da accettare, non sono oggetto di contestazioni convincenti giustificano l’ipotesi che la realtà che noi conosciamo non sia quella “davvero reale”. Le convergenze e anche le differenze fra le interpretazioni della realtà che si possono ricavare dalle ricerche sui più svariati fenomeni paranormali, a mio parere, dimostrano solo che una dimensione trascendente è possibile, ma che, se davvero è trascendente, non è traducibile nei concetti basati sulle nostre (immanenti) capacità (sensoriali e intellettive). Appena si passa dall’idea di una possibile trascendenza ad una presunta comprensione di essa, si passa dal desiderio di conoscere al desiderio di fuggire dall’incertezza. Ho conosciuto molte persone interessate ai fenomeni paranormali e convinte della autenticità di alcuni di essi, ma molte di esse avevano un atteggiamento “ottimistico”: non si limitavano a ritenere possibile una realtà trascendente, ma ritenevano anche di averne comprese le caratteristiche essenziali sulla base di quanto avevano letto o ascoltato da studiosi, da persone che avevano fatto esperienze di confine o da guide spirituali. Non trovo ragionevole tale “adesione” a modelli interpretativi perché proprio il concetto di trascendenza esclude delle interpretazioni immanenti. In pratica le persone che credono e pensano di aver capito commettono lo stesso errore delle persone religiose che si rappresentano una divinità come figura paterna o materna. Pur trovando convincenti alcune ricerche o esperienze relative ad un altro piano di realtà, mi vieto di fantasticare “interpretazioni” che sarebbero mie e ricondurrebbero irrazionalmente l’ipotesi ragionevole di una trascendenza ai miei attuali desideri e alle mie attuali speranze. Per questo preferisco mantenere un atteggiamento sobrio, non da “credente” anche nei casi in cui credo che qualcosa di “altro” sia reale. Anche le ricerche più convincenti nell’ambito del paranormale non ci liberano dal senso di precarietà che caratterizza l’esistenza umana. Non ci rassicurano perché diventano rassicuranti solo se vengono ricondotte alle tradizionali concezioni metafisiche e religiose. Infatti, una possibile dimensione trascendente è tale proprio se è “altra” rispetto alle nostre categorie mentali, alle nostre paure e alle nostre speranze. Se tale dimensione è reale ed è davvero “altra” rispetto ai nostri schemi concettuali non può offrirci le “rassicurazioni” che qui e ora desideriamo.
A questo punto credo sia opportuno accennare ad alcune sedute nelle quali ho dovuto affrontare situazioni che potevo inquadrate in due modi opposti. Non avendo certezze davvero solide ero certo solo del fatto che in uno dei due casi (ma quale?) avrei commesso un grave errore e che solo nell’altro caso avrei fatto ciò che sarebbe servito alla persona con cui stavo lavorando. Pur non avendo mai considerato la stanza delle sedute come una laboratorio per la formulazione e per il controllo di congetture riguardanti i fenomeni “paranormali”, ho avuto modo di lavorare anche con persone che avevano spiccati interessi per la fenomenologia paranormale o che aderivano a concezioni spiritualistiche orientali o che mi riferivano esperienze personali "non ordinarie". Nei vari casi ho cercato di focalizzarmi sull’analisi delle strategie difensive più che su ipotesi difficili da controllare, ma in alcuni casi ho dovuto in qualche modo affrontare situazioni che dovevano essere affrontate.
Voglio ricordare due tipi ben distinti di situazioni “difficili” che si possono presentare in analisi: a) quelle in cui i clienti comunicano personali convinzioni sul paranormale, alla luce delle quali traggono particolari conclusioni sulla loro vita o sulle altre persone e b) quelle in cui i clienti riferiscono esperienze personali paranormali o ritenute tali. Convinzioni e valutazioni riguardanti l'ambito del paranormale mettono l'analista in una situazione analoga a quella che si crea quando i clienti manifestano forti convinzioni religiose, morali o politiche. In tali casi l’analista deve tener presente il ruolo espressivo o difensivo delle idee dei clienti e lasciare da parte la loro compatibilità o incompatibilità con le proprie idee. La situazione si complica quando sono in ballo esperienze personali che possono essere “reali” o essere interpretazioni confuse di semplici stati d’animo. Credo sia chiaro a chiunque quanto possa essere pericoloso che un'esperienza psicotica venga trattata come un'interessante esperienza paranormale, ed è chiaro quanto possa essere pericoloso che una (eventuale) esperienza paranormale di un/una cliente venga interpretata come un sintomo psicotico. Le esperienze paranormali, comunque o sono reali o non lo sono. Le cose stanno in un modo o nell'altro e poiché gli analisti, gli psichiatri e gli psicoterapeuti (come pure i parapsicologi) hanno sia convinzioni di un tipo che di un altro, uno dei due gruppi di analisti commette inevitabilmente errori gravi in alcuni casi. Tuttavia, una curiosità sincera, libera da ansie irrazionali, anche se non può eliminare gli errori di valutazione, può almeno ridurre l'ostinazione a sbagliare e può rendere meno gravi gli errori inevitabili.
Una cliente, che chiamerò Alberta era in analisi da alcuni anni e ormai si stava preparando a concludere il suo percorso analitico. All'epoca dell'incontro che voglio riportare, mi stavo accingendo a cambiare studio. Non avevo parlato con nessun cliente della cosa e Alberta non frequentava miei conoscenti stretti. In ogni caso, per due mesi avevo cercato un nuovo studio e solo da pochi giorni avevo visto un appartamento che per alcune caratteristiche sembrava adatto alle mie esigenze del momento. Dopo aver lasciato il deposito nello studio immobiliare andai al caffè con l’agente e, uscendo, incontrai Alberta. Ci salutammo affettuosamente e mi chiese se per caso stessi trasferendo la mia attività professionale in quella zona. Le chiesi come lo sapesse e mi disse che non lo sapeva, ma appena mi aveva visto aveva avuto una delle sue "sensazioni". Le confermai di aver appena firmato il contratto e scherzammo un po' sul fatto che non le si poteva mai nascondere niente. Alberta aveva a volte delle "sensazioni" corrette relative ad avvenimenti non da lei dipendenti. Ne avevamo parlato in qualche seduta, senza dedicarci troppo tempo, poiché a lei non interessava particolarmente una sua eventuale "sensitività" ed anche a me la cosa non interessava più di tanto. Avevamo accettato che forse certe cose non capitano per caso e ogni volta avevamo lasciato cadere il discorso per occuparci di questioni più significative per lei. Dico questo per sottolineare che Alberta era tranquilla su quelle cose e non andava a fare "profezie" dal parrucchiere. Aveva altri interessi e non era né turbata, né attratta dalla possibilità di "sapere" cose per vie non chiare. Si può ritenere che possa rientrare nelle regolarità statistiche il fatto che ogni tanto un nostro pensiero trovi riscontro in un accadimento e forse Alberta non aveva mai avuto percezioni non ordinarie. Se io avessi sempre minimizzato per trascuratezza le sporadiche comunicazioni fatte a me da Alberta sull'argomento e se fossi stato convinto che certe cose non possono avvenire, cosa avrei potuto pensare quando mi ha comunicato la sua "sensazione" relativa al mio trasloco? Avrei potuto pensare che Alberta mi avesse visto prima con l'agente immobiliare sulla soglia dell’agenzia e in tal caso avrei considerato la sua comunicazione un vero inganno. Avrei quindi dovuto fare molte ipotesi sulle ragioni di tale inganno e sicuramente con il mio atteggiamento sospettoso avrei alterato il nostro rapporto nelle sedute successive, ma fortunatamente, dopo un paio di mesi ho concluso il lavoro con Alberta. Successivamente ho avuto modo di incontrarla casualmente, di avere sue notizie da sue amiche in analisi e continuo a pensarla come una persona cara, equilibrata, di buoni sentimenti, con il cervello in ordine e con la capacità di percepire alcune cose in modo non ordinario.
Angela era una giovane insegnante che aveva da un anno e mezzo iniziato l'analisi e che aveva superato molto velocemente una fase di depressione profonda, ma non grave, ancorandosi stabilmente alle sue capacità adulte, che non erano risultate compromesse nemmeno nel periodo più buio. Solo per ignoranza dei famigliari era stata inizialmente (e inutilmente) affidata ad uno psichiatra che, senza valide ragioni, aveva prescritto psicofarmaci (fortunatamente in dosi lievi). Dopo poco tempo, seguendo il consiglio di un'amica, si era rivolta ad un medico che le aveva sospeso gli antidepressivi e le aveva consigliato di contattarmi. Da quasi un anno ci eravamo sbarazzati dei problemi urgenti e ci occupavamo delle sue chiusure emotive di fondo e delle sue difficoltà di relazione. Nella seduta precedente a quella che voglio riportare avevamo affrontato le sue esitazioni nell'espressione della rabbia sul piano fisico. Il lavoro non aveva dato luogo ad esiti significativi, ma era stato almeno un buon inizio. Dopo molte incertezze si era permessa di urlare a pieni polmoni e di gridare "no" immaginando di rivolgersi a sua madre. Si era un po’ preoccupata per l'intensità della sua reazione aggressiva e aveva bloccato il pianto che stava affiorando. Non avevamo avuto abbastanza tempo per concludere in modo davvero soddisfacente la seduta.
Angela inizia l’incontro successivo parlandomi del suo disagio dopo il lavoro precedente.
GF. Hai fatto molta fatica a trattenere un'emozione così intensa. Quando si avvia un processo emozionale senza portarlo alla sua naturale conclusione si può avvertire un disagio ed esso può essere percepito soggettivamente come stato d'animo oppure può essere a sua volta bloccato e percepito sul piano fisico (come tensione, spossatezza, parestesie, ecc.).
A. La sera della seduta, a letto, ho sentito il mio corpo in modo … particolare. Da bambina ciò mi accadeva spesso. Come se il mio corpo si smaterializzasse. Ho perso sensibilità anche se, concentrandomi, potevo muovere un piede o una mano. Però sentivo le mani più grandi del normale e, unendole, percepivo che … si attraversavano. Siccome quell'esperienza cominciava a durare troppo, mi sono "concentrata" e sono stata in grado di percepire normalmente il mio corpo.
GF. Parlami di ciò che ti capitava da bambina. A quale età facevi queste esperienze?
A. Negli anni difficili per i problemi fra mia madre e mio fratello: fra gli otto ed i dodici anni. Era come se una parte di me viaggiasse ed il resto del corpo restasse fermo. In diverse occasioni ho fatto questi "viaggi". Poi ho smesso, ma per un certo periodo ho mantenuto la sensazione di potermi muovere con leggerezza mentre il corpo restava fermo. A ventisei anni ho fumato canne per un po' e quando avevo fumato mi sentivo "assente". A volte ero seduta, ma non sentivo di essere seduta. Mi cadevano oggetti dalle mani se non prestavo molta attenzione. Mi spaventavano queste sensazioni e smisi di fumare canne. Ero già un po' depressa e queste sensazioni peggioravano il mio stato d'animo. Mi spaventavano anche. Vorrei parlarti dell'esperienza della notte dopo la seduta perché non so cosa pensare. In questo periodo sto abbastanza bene e anche la seduta difficile fatta è comunque stata per me positiva. Un anno fa non mi sentivo libera di esplorare la mia rabbia con quella intensità. Ho avuto delle reazioni che poi ho bloccato, ma questo è capitato altre volte. La seduta è finita "troppo presto", ma non capisco quella reazione.
GF. Forse è stata una reazione alla seduta, ma non parlerei di quell'esperienza come di un sintomo.
A. Lo psichiatra non la pensava così.
GF. Credo sbagliasse perché, anche se la questione è controversa fra gli studiosi, quelle esperienze possono capitare a persone che non conoscono la depressione nemmeno da lontano. Sembra che tu abbia avuto una bilocazione la sera della seduta e che facessi spesso esperienze del genere da bambina o da ragazzina. Le sensazioni che avevi facendoti canne erano, invece, dei sintomi, ed erano un effetto diretto del "fumo". Siccome in quel periodo iniziavi ad essere depressa anche il tuo stato d'animo dopo una canna poteva essere peggiore di quanto fosse normalmente. La bilocazione è una cosa, gli effetti delle canne un'altra e la depressione un'altra ancora. Certe persone portano i capelli lunghi, hanno una spiccata intelligenza e sono sempre ansiose. Il loro stato d'animo pessimo non ha nulla a che fare con la lunghezza dei capelli o con la loro intelligenza.
A. Se non è un sintomo, cos'è la bilocazione?
GF. E' un tipo di esperienza, più frequente di quanto si ammetta. In genere si presenta solo una volta (in situazioni traumatiche o di forte stress o di indebolimento fisico) e le persone cercano di non pensarci più e di considerarla una "semplice impressione"; in altri casi viene sperimentata in più occasioni da persone che non hanno conoscenze o informazioni adeguate e non ne parlano per paura di essere considerate matte. Tali esperienze capitano anche a persone non inclini ad avere allucinazioni, fenomeni dissociativi o confusione mentale. Ci sono varie pubblicazioni sull'argomento, che è uno dei più interessanti nelle ricerche svolte sui fenomeni paranormali. Probabilmente hai fatto un uso difensivo di quella tua semplice "capacità", come chi si getta nel lavoro o nello studio per “non pensare”. Da bambina ti "allontanavi" dalla famiglia anche in quel modo per non sentire quanto stavi male e la settimana scorsa forse ti sei parzialmente "sdoppiata" perché non riuscivi a trasformare il tuo "disagio" in un'emozione e ad esprimerla adeguatamente.
A. E' un sollievo poter comprendere quelle esperienze in questo modo. Ma … come "funziona" la cosa?
GF. Ci sono delle ipotesi. Quelle meno compatibili con le teorie scientifiche, purtroppo, sono le più coerenti. Sulla cosa si può discutere. Se vuoi ti indico delle letture sull'argomento, ma preferirei che non dessi troppa importanza alla questione. Certe persone si fissano sul paranormale, vanno in giro con un pendolino nella borsa, sentono energie strane e vedono spiriti dappertutto. Fanno dei corsi per spostare oggetti col pensiero, sviluppare la telepatia ed anche per sdoppiarsi a volontà. Se qualcuno ha una spiccata capacità bilocativa, credo debba occuparsene e rendere possibili delle ricerche controllate sul fenomeno, ma non mi sembra questo il tuo caso. Se tali esperienze ti capitano ancora, bene. Se non ti capitano, bene lo stesso. Se però ti capitano (o te le vai inconsapevolmente a cercare) in momenti di "disagio", torna subito nel tuo normale modo di essere, lavora sul tuo disagio e mettiti in gioco sul piano emotivo.
Non sono stato neutrale. Anche se non ho proposto la mia chiave interpretativa preferita come una verità assoluta, ho detto ad Angela quello che pensavo basandomi sulla mia convinzione che Angela non fosse in una condizione psicotica. Il suo psichiatra aveva fatto l’opposto: basandosi sul fatto che certe cose sono impossibili aveva formulato una diagnosi e prescritto degli psicofarmaci che fortunatamente un medico aveva eliminato, dato che si erano rivelati inutili e dannosi. Angela ha proseguito il suo lavoro con me e dopo circa un anno ha concluso l’analisi su mio suggerimento. Se mi fossi intestardito a cercare sintomi gravi, probabilmente non avrei avuto modo di vedere in certi momenti le sue lacrime (sicuramente non rabbiose-depressive) e in molti altri il suo bellissimo sorriso.
Di tutt'altro genere sono state alcune sedute condotte con clienti che mi riportavano con entusiasmo e commozione la loro partecipazione ad incontri di contatto con un angelo custode, realizzati con l'aiuto di un/una presunto/a medium). In questi casi ho sempre cercato di chiarire che 1) data la possibilità (non scontata per tutti, ma ragionevole per alcuni ricercatori) di piani non materiali di realtà, l'esistenza di "protettori invisibili" e di una comunicazione con loro non era impensabile, ma era da dimostrare nei singoli casi, 2) in assenza di prove, non era ragionevole una reazione emozionale ad un incontro che non si poteva considerare sicuramente avvenuto, 3) in tali casi incerti, la forte reazione emozionale richiedeva un’attenta analisi. A quel punto orientavo il lavoro analitico sul desiderio di contatto con un'entità protettiva. Tale eventuale esperienza di contatto era facilmente immaginata in termini riparativi rispetto ad esperienze di abbandono, non accettazione o svalutazione vissute con i genitori. In questi casi sottolineavo che il "bisogno di credere" può interrompere un lutto temuto perché molto doloroso. Le prove richieste perché si creda ragionevolmente di aver fatto un'autentica esperienza di questo tipo devono essere forti: devono riguardare fatti non conosciuti dalla persona e controllabili.
La teoria dell’evoluzione è una teoria convincente. Noiosa, tristissima, ma convincente. La teoria dell’evoluzione, con tutte le sue “diramazioni” biologiche e psicologiche conduce ad un’idea generale del “posto” occupato dagli esseri umani (e quindi da ognuno di noi) nell’universo. Un’idea generale molto più solida e coerente di quella offerta dalle religioni. Un’idea che però non spiega alcune cose e soprattutto non spiega la dimensione soggettiva. La teoria dell’evoluzione delle specie e le teorie relative all’evoluzione dell’intero universo delineano uno scenario in cui c’è posto “anche per noi”, ma in cui sembra non esserci un posto per la dimensione soggettiva che ci caratterizza e da cui non possiamo prescindere. Anche se ci immaginiamo dall’esterno come elementi oggettivi di un processo cosmico, stiamo attivando la nostra immaginazione e dobbiamo ammettere che non comprendiamo nulla della nostra posizione nel “grande mondo là fuori”.
Le idee che affiorano dallo studio dei fenomeni definiti paranormali generano un altro scenario: la dimensione soggettiva non è ricondotta a concetti metafisici o religiosi, ma viene intesa come l’aspetto “basilare” della realtà. Tale concezione ci colloca in una “altra” realtà che non possiamo ricondurre a ciò che ci è dato conoscere. Tale realtà è trascendente, nel senso che apparteniamo ad essa anche se in qualche modo facciamo esperienza della realtà ordinaria (fatta di sedie, tavoli, guerre, elettroni, galassie, sessualità, alberi, libri, delfini, pubblicità, malattie, morte fisica, e così via). Facciamo esperienza di una realtà che non è la “realtà reale” e apparteniamo ad una realtà che è trascendente e quindi non è “altra da noi”, ma è al di là di ciò che qui ed ora possiamo immaginare. Appena la immaginiamo stiamo sbagliando qualcosa.
Se accettiamo il primo scenario (evoluzionistico) dobbiamo accettare il dolore di non trovare una “collocazione” per la nostra soggettività, per il nostro punto di vista sulla realtà oggettiva. Se accettiamo il secondo scenario (trascendente), dobbiamo accettare il dolore di non poter comprendere la trascendenza, anche se essa è la nostra “vera casa”. Se vogliamo davvero essere coerenti con ciò che abbiamo capito, dobbiamo ammettere che entrambi gli scenari ci ripropongono, in modi diversi, la precarietà della nostra esistenza.
L’idea di essere pronipoti di monocellulari casualmente formatisi a partire da un “brodo primordiale” regolato da fenomeni quantistici è devastante e "non quadra” con la commozione di quando ci lasciamo trasportare da una melodia o vediamo la bellezza di un bambino o riceviamo una carezza. Tali esperienze, a quanto ci risulta, non hanno nulla a che fare con l’evoluzione di un universo impersonale. A dire il vero, quando osserviamo folle che acclamano un cantante o un politico, o studiamo la storia delle guerre, o ascoltiamo una persona piena di rancore, abbiamo l’impressione di vivere in un formicaio che si muove con la stupidità di un elettrone. Da tale incubo ci salva però la consapevolezza del fatto che è la paura e non la “natura” ad interrompere in questi casi l’armonia, l’empatia, la conoscenza. Ma appena ci aggrappiamo alla bellezza delle nostre meravigliose potenzialità, della nostra capacità di creare intimità e di sfidare ogni paura, torniamo increduli di fronte all’idea che tutta questa avventura sia un esito casuale di un incubo deterministico protrattosi per milioni di anni. D’altra parte, l’idea di essere radicati in una realtà trascendente, ma di essere anche condannati a trascorrere un’intera vita o molte vite fra batteri, guerre, e grumi ideologizzati di stupidità, produce un senso di vertigine: vorremmo conoscere le nostre “vere” radici (trascendenti), ma appena le immaginiamo stiamo fantasticando ciò che in questa vita sentiamo mancante. L’idea del caso e della necessità di un cosmo oggettivo che ha prodotto la nostra soggettività è fonte di turbamento come l’idea di aver radici in una trascendenza che per onestà intellettuale rinunciamo a definire. Entrambi gli scenari ci lasciano una sola certezza: possiamo arrenderci al dolore inevitabile (anche al dolore dei nostri dubbi) e creare l’unica felicità possibile nella realtà in cui viviamo, oppure possiamo dissociarci e vivere “poco”.