Indice
1. Gioia e difese psicologiche
2. Gioia autentica
3. Gioia e storia personale
1. Gioia e difese psicologiche
La gioia è l’emozione che tutti preferiscono. Purtroppo non è sempre possibile gioire. A volte non possiamo gioire perché le cose non procedono come vorremmo e altre volte perché attiviamo difese psicologiche con le quali, pur di annullare o ridurre la consapevolezza del dolore, perdiamo la possibilità di gioire.
Molte persone fanno di tutto per arrivare a crogiolarsi in stati d’animo che sono varianti della rabbia o dell’ansia, anche se dichiarano, in buona fede, che vorrebbero “star bene”. Per gioire dovrebbero restare in contatto con se stessi e quindi dovrebbero anche accettare il dolore. Coprendo il dolore con difese rabbiose o ansiose riducono la loro sensibilità e finiscono anche per gioire poco. Queste persone sono quindi coscienti di cercare la gioia mentre, senza saperlo, tendono a raggiungere o ad alimentare o a mantenere stati d’animo sgradevoli. Questa diffusa stranezza non dipende da un presunto (non dimostrato e inesistente) “desiderio di soffrire”, ma dal fatto che la coerente ricerca della gioia presuppone un’altrettanto coerente accettazione di tutte le situazioni dolorose che non possiamo evitare o modificare.
La convinzione (corretta nell’infanzia, ma errata nel mondo dei grandi) di non poter affrontare, elaborare e (col tempo) attenuare il dolore, porta le persone ad assumere atteggiamenti difensivi, che possono essere “diffusi” (e quindi costituire aspetti della struttura caratteriale) o specifici (e quindi costituire dei sintomi). Le difese caratteriali e quelle sintomatiche sono in ogni caso “intrise” di rabbia o di ansia, perché presuppongono convinzioni irrazionali di tipo svalutativo (che sono quindi “cariche” di rabbia) o illusioni consolatorie (che comportano il timore o il terrore di non raggiungere la meta inesistente, ma ciecamente perseguita).
Se mettiamo da parte gli ostacoli alla possibilità di gioire dovuti alle difese psicologiche, dobbiamo comunque riconoscere gli altri fattori che possono impedirci di sperimentare gioia. Tali fattori possono essere esterni o interni e costituiscono variabili indipendenti da noi. In certi casi possono essere superabili, mentre in altri casi possono essere insuperabili.
I fattori esterni possono essere naturali (un terremoto che ci distrugge la casa, una malattia che ci colpisce) o derivare dalle scelte di altre persone o dalla società in cui ci troviamo. I fattori interni non riconducibili alle difese psicologiche sono semplicemente i nostri limiti (intellettivi, culturali, fisici). A volte possiamo intervenire su ciò che ci crea sofferenza, ma non sempre. A volte possiamo curare una malattia, ma non un terremoto e possiamo migliorare la nostra cultura, ma solo entro certi limiti. Se ci perdiamo in una foresta e desideriamo tornare a casa possiamo fare del nostro meglio per soddisfare tale desiderio, ma il risultato dipende anche dalle nostre capacità e da varie circostanze esterne.
Se non abbiamo la certezza di soddisfare i bisogni elementari da cui dipende la nostra sopravvivenza, non abbiamo nemmeno la certezza di soddisfare i desideri relativi alla sfera relazionale, perché in tale ambito non abbiamo il controllo dei sentimenti delle altre persone.
La gioia, dunque, può essere sperimentata se le cosa vanno in un certo modo. Non è un’emozione “garantita”. Se riconosciamo i nostri desideri e ci adoperiamo per soddisfarli (senza attivare difese psicologiche) siamo esposti alla possibilità di provare gioia o di provare dolore. Più siamo “aperti” alla possibilità di soffrire e di elaborare il dolore, più possiamo nelle circostanze appaganti sperimentare una gioia pulita, intensa e perfettamente comprensibile. Noi abbiamo il potere di attivarci ed anche di liberarci dalle difese psicologiche, ma abbiamo un potere limitato sulle cose che semplicemente “accadono” o sui sentimenti degli altri. Proprio perché siamo portati a cercare la gioia siamo esposti al dolore.
Certe filosofie orientali mirano a favorire il distacco dai desideri, dato che senza desideri si può vivere liberi dalla sofferenza. Io penso che questo suicidio psicologico non costituisca una buona filosofia e nemmeno un buon percorso esistenziale, perché credo che l’avventura dell’esistenza consista proprio nel ricercare la gioia, evitando il dolore evitabile ed accettando quello inevitabile. In questa apertura alla gioia ed al dolore, infatti, si sperimenta un reale contatto con noi stessi e si sperimenta anche quell’emozione per cui uso il termine felicità.
Mentre la gioia dipende da come giochiamo le nostre carte, ma anche dalle carte che ci arrivano, l’emozione bellissima che dipende solo da noi è proprio la felicità. Un’emozione purtroppo rara perché le difese psicologiche non solo limitano la gioia, ma stroncano la felicità. La felicità, nell’accezione del termine che io utilizzo, e che non è condivisa da tutti, non è una “grande gioia”, ma consiste nel piacere di “esserci”. Dipende dalla nostra disponibilità a “sentirci” e dalla nostra disponibilità a capirci. Più siamo caratterialmente difesi, meno abbiamo percezione del nostro corpo: respiriamo poco e male e soprattutto proviamo sensazioni spiacevoli derivanti da tensioni muscolari e da stati d’animo rabbiosi o ansiosi. In tali casi, anziché godere della compagnia di noi stessi, sperimentiamo la brutta compagnia di noi stessi. In questo modo, non solo non ci “sentiamo”, ma non ci capiamo nemmeno: l’attivazione delle difese rende, infatti, il nostro dialogo interno carente di compassione e di comprensione e lo inquina con pretese, recriminazioni e illusioni.
Se non attiviamo le difese psicologiche possiamo essere felici sia nei momenti di gioia, sia nei momenti di dolore. Non dico che possiamo essere felici per il dolore, ma per il rapporto benevolente con noi stessi nei momenti dolorosi. Non c’è nulla di contraddittorio nell’idea che piangendo di dolore si possa sperimentare sia il dolore per una perdita o mancanza, sia la felicità di “essere con noi stessi” in quella circostanza ed in quel modo. La felicità ci può quindi accompagnare nelle circostanze migliori come in quelle peggiori. La felicità ci accompagna anche nei momenti di rabbia razionale (molto rari) e di ansia comprensibile (pure rari). Se dobbiamo combattere e opporci con rabbia ad una reale aggressione, sicuramente non stiamo “bene” come in un momento di gioia, ma possiamo essere felici di reagire con efficacia per proteggerci o per proteggere le persone a noi care. Se dobbiamo restare in ansia, in attesa di qualcosa che può essere appagante o deludente, sicuramente non stiamo “bene”, ma possiamo essere felici di contare sulla nostra comprensione in tale circostanza.
La felicità, quindi, potrebbe essere l’emozione di base dei bambini accuditi con amore e potrebbe restare l’emozione di base dei bambini felici divenuti adulti. Purtroppo le sofferenze precoci, troppo intense e non placate dal sostegno dei genitori rendono necessarie le difese psicologiche e queste rendono praticamente impossibile la felicità. Le psicoterapie “ottimistiche”, che promettono il “benessere” o le varie meditazioni che promettono la pace interiore, o gli incoraggiamenti a “pensare positivo” ben difficilmente ci possono portare alla felicità, dato che non incidono sulle nostre difese psicologiche.
I nostri bisogni e desideri sono in genere più complessi di quelli “basilari” come la fame o la sete. Se non riusciamo a soddisfare quei desideri elementari, ci indeboliamo, ci ammaliamo e moriamo, ma la qualità della nostra vita non dipende dal mangiare, bere o dormire, perché ha a che fare soprattutto con i bisogni o desideri relativi all’espressione delle nostre capacità e potenzialità ed a quelli relativi alla sfera affettiva-relazionale. La gioia dei neonati dipende più dal contatto con il seno che dalla composizione chimica del latte. La gioia dei bambini dipende da un accudimento empatico, amorevole e costante e dalla loro libertà di esprimersi. La gioia degli adulti dipende dall’espressione delle capacità personali, dalla qualità del dialogo interno e dalla qualità dei rapporti con le altre persone.
Prima di parlare più approfonditamente della gioia, vorrei fare qualche osservazione sugli stati d’animo che normalmente vengono considerati esperienze gioiose, ma che tali non sono.
In certe situazioni alcune persone mostrano di gioire ed effettivamente hanno ottenuto l’appagamento di un desiderio. Tuttavia, tale desiderio iniziale era una costruzione psicologica difensiva e la gioia derivante risulta “fasulla” quanto il desiderio stesso. Ad esempio, la persona che percepisce un (inesistente) sopruso e, dopo essersi offesa, reagisce con collera e poi gioisce per essersi ribellata ad un’ingiustizia, ha motivo di gioire perché ha ottenuto la “liberazione” che desiderava, ma in realtà ha costruito un equivoco per rappresentare una parte in un dramma consolatorio inventato e, in quel modo, ha solo perso tempo. La persona che sente il bisogno di “realizzarsi” grazie al conseguimento di un particolare successo, quando raggiunge l’obiettivo gioisce, ma gioisce come chi incassa un assegno non coperto. Presto torna a sentire insoddisfazione, dato che proprio le persone che cercano di schivare dei vissuti di rifiuto (anziché accettarli ed elaborarli) hanno l’idea fissa di doversi “realizzare”.
Quando le persone perseguono obiettivi illusori, si ritrovano in un “vuoto” dopo una gratificazione superficiale, perché essa riguarda “solo” la loro vita attuale e non placa i vissuti non elaborati. L’ostinazione difensiva a trovare gioia nell’appagamento di desideri “costruiti” o “fasulli” costituisce la droga più diffusa: è gratuita, ma costosissima sul piano psicologico. La gioia “strana” o “artificiale” ha una qualità ed un “decorso” che non corrispondono alla pura e semplice gioia.
Le “finte gioie”, purtroppo, invadono i terreni sui quali la gioia potrebbe davvero fiorire: il terreno della sessualità, dell’intimità, della famiglia, della maternità e della paternità. Chi negli anni dell’infanzia ha deciso di non valere, ma di poter acquisire valore (e quindi di poter ottenere amore), facilmente considera la conquista di un/una partner come un “successo”, la costruzione di una famiglia come una “sicurezza” e il primo figlio come una “meta” da non mancare. Dove sta la linea che separa la ricerca del piacere dalla ricerca di un’illusione consolatoria? Tale linea separa chi in tali ambiti si sente appagato o triste e chi negli stessi ambiti si sente “accettabile” o “inaccettabile”. Separa chi “si gusta” tranquillamente la propria gioia e chi si aggrappa ad un successo come ad una “salvezza”.
La gioia, quella vera, comprensibile, ragionevole, è una bellissima emozione che, a differenza di quella fasulla, non è intesa come qualcosa che cancella il dolore, perché presuppone l’accettazione di esperienze dolorose. La gioia autentica è un particolare colore dell’arcobaleno della nostra vita emozionale che non esclude gli altri colori, ma li affianca. La gioia è tale se un reale bisogno o desiderio è stato soddisfatto, e illumina una situazione in cui il dolore non è negato, ma resta sullo sfondo. Questa è la gioia a noi possibile.
I sostenitori dell’etica pensano che le persone cerchino solo la gioia e che, invece, dovrebbero dedicarsi al bene. La realtà è ben diversa. La ricerca della gioia non fa male a nessuno e costituisce addirittura la condizione che consente di rispettare se stessi e gli altri e quindi di essere benevolenti e disponibili con gli altri. Il guaio della nostra normale e terribile esistenza individuale e sociale sta nel fatto che le persone non cercano affatto la gioia perché da adulti temono di confrontarsi con il dolore come nell’infanzia. Non cercano la gioia perché cercano soprattutto di non sentire il dolore. Non cercano la gioia perché si sforzano di sentire poco per evitare di sentire il dolore. Si sforzano anche di non capire la realtà per evitare di considerare il dolore e poi di sentirlo. Tendono quindi a stabilire rapporti interpersonali emotivamente poveri o complicati per non rischiare esperienze dolorose. Cercano anche di “distrarsi” o di “evadere” dalla realtà. In tal modo gli adulti diventano indifferenti ed anche distruttivi nei propri confronti e nei confronti degli altri. Non gioiscono anche quando credono di voler “star bene”. In una cultura normalmente assurda, quindi, la svalutazione educativa produce indifferenza e distruttività e poi la svalutazione “etica” induce i sensi di colpa per sollecitare manifestazioni distorte di benevolenza ed altruismo.
Essendo l’etica un insieme di speculazioni volte a definire come le persone “dovrebbero” agire, tale branca del pensiero sorge proprio per non capire i motivi per cui realmente le persone agiscono. Tale “scienza dell’ignoranza” non può quindi chiarire la differenza fra la ricerca del piacere e quindi della gioia e i comportamenti difensivi che solo apparentemente hanno la gioia come meta. Gli eterni insoddisfatti che cercano piaceri illusori non hanno alcun bisogno di “pentirsi”, ma di “capirsi” e per capirsi hanno bisogno di chiarire l’equivoco in cui si sono smarrite. Hanno bisogno di capire l’equivoco che proprio l’etica occulta.
La logica dell’etica è la logica del disprezzo di comportamenti non compresi. L’etica svia dalla consapevolezza del fatto che le persone, purtroppo, sono troppo spaventate per cercare il piacere, per sperimentare la gioia e per vivere bene. Solo chi vive bene, cercando il piacere e tollerando il dolore, può anche agire bene con gli altri senza controllare nulla. La passione per la propria vita si traduce necessariamente nella ricerca di buoni rapporti interpersonali e sociali, mentre la paura di sentire impedisce la consapevolezza di sé ed il rispetto per sé. Tale impedimento rende le persone incapaci di benevolenza, di empatia e di rispetto per gli altri e si traduce in comportamenti irrazionali e distruttivi. L’idea di controllare i propri controlli è semplicemente assurda, ma è un’idea molto comune perché è onnipresente in un mondo di persone che temono il dolore psicologico come se avessero cinque anni e che quindi non vogliono né sentirlo né capire che fanno cose irrazionali per restare dissociate dagli aspetti dolorosi della loro vita.
La realtà, in ogni caso, è quella che è, anche se molti si rifiutano di riconoscerla. I neri e gli ebrei erano persone come le altre anche quando normalmente subivano discriminazioni da parte di maggioranze silenziose o rumorose o sadiche. Le persone terrorizzate, poco interessate al piacere e incapaci di gioire, tali sono anche se normalmente vengono definite “egoiste” o “edoniste” da altre persone altrettanto spaventate e incapaci di capire cosa rende piacevole la vita.
La gioia è autentica quando un reale bisogno o desiderio è realmente appagato. Poco conta che noi siamo riusciti a raggiungere l’appagamento, o che esso si realizzi in circostanze casuali o sia dovuto alla disponibilità di qualcuno nei nostri confronti. Proviamo gioia perché ciò che desideravamo si è in qualche modo realizzato. La gioia dovuta alla soddisfazione di esigenze elementari è minima, dato che siamo abituati, almeno nel nostro angolo di mondo, a mangiare e bere regolarmente, a dormire a sufficienza, e così via. Avvertiamo più che altro la privazione se eccezionalmente dobbiamo astenerci dal cibo per fare un esame o se non possiamo scaldarci perché il termosifone è rotto. In ogni caso sul piano dei bisogni elementari la gioia si riduce al non soffrire, mentre sul piano interiore la gioia consiste nell’aver fatto, dato, ricevuto, creato, sentito, capito qualcosa.
Consideriamo spesso superficiali o “rozze” le persone che si limitano a soddisfare i loro bisogni elementari e non provano curiosità, interessi o passioni. In realtà io non credo che ci siano persone “rozze”, ma che in tali casi le persone non “osino” sentire troppo. Ad esempio, chi fa sesso meccanicamente, senza slanci, non è “privo” di passione, ma evita di lasciarsi andare. Chi farebbe sesso “sempre e comunque” non manifesta una fissazione animalesca sul sesso, ma il terrore di coinvolgersi sessualmente con un’altra persona. Anche le persone “sessualmente appiccicose” che sembrano molto “coinvolte”, in realtà sono solo “affamate” e sessualizzano bisogni d’altro tipo, non soddisfatti nell’infanzia.
Il disprezzo per il “materialismo” sessuale di certe persone è insensato come lo sarebbe il disprezzo delle persone bulimiche, che non hanno alcun “problema col cibo”, ma spostano sul cibo dei problemi che cercano di non risolvere. Allo stesso modo l’avversione di altre persone per il sesso o per il cibo copre tragedie non accettate e non superate e ha ben poco a che fare con il sesso e con il cibo.
Ciò da cui le persone fuggono facendo cose “strane” col sesso, col cibo, col lavoro, col denaro, con qualsiasi cosa, è il dolore percepito come insopportabile e quindi il dolore sperimentato negli anni dell’infanzia, nei quali era davvero insopportabile senza il sostegno dei genitori. Per ragioni del tutto contingenti le difese psicologiche a volte disturbano il piano della sessualità o dell’alimentazione o quello dell’attività lavorativa. I comportamenti irrazionali non derivano da una mancanza di intelligenza o da un “eccesso di egoismo”, ma sono manifestazioni difensive razionali nell’infanzia (perché adatte a garantire la sopravvivenza psicologica) che, essendo inconsapevoli, vengono protratte e “aggiornate” nella vita adulta. Le persone si portano sulle spalle le loro difese psicologiche con la stessa saggezza con cui un naufrago potrebbe portarsi sulle spalle dopo vent’anni il tronco a cui si è aggrappato per salvarsi.
2. Gioia autentica
Per capire la gioia, quella reale, quella che è facilmente comprensibile, possiamo osservare i bambini quando nel loro sviluppo non sono ostacolati dalle pretese difensive dei genitori o dei vari educatori. I bambini, purtroppo “imparano” prestissimo a “sforzarsi”, a “vergognarsi”, a “competere”, ad illudersi di essere accettati dopo il conseguimento di qualche obiettivo, a temere svalutazioni o punizioni, a “non disturbare”, ad avere “aspirazioni”, a sentire i morsi del dovere o l’ebbrezza dell’approvazione, ecc. Tuttavia prima di essere costretti ad adattarsi alla normale follia degli adulti, i bambini danno dei segnali forti e chiari di ciò che desiderano e quindi di ciò che li può rendere gioiosi. Se sono accuditi con amore in un clima di accettazione incondizionata, non manifestano capricci, pretese, forme di accondiscendenza o ribellione, ecc. L’autoregolazione consente ai bambini di diventare degli adulti equilibrati, mentre la mancanza di amore e di rispetto li fa diventare dei mostri che però si controllano e recitano in qualche misura competenze adulte.
Le esperienze educative di Alexander Neill (1960, Summerhill, trad. it. Forum Editoriale, Roma, 1971) hanno documentato tutto ciò e il lavoro analitico conferma (in un percorso “a ritroso”) le stesse cose. Se quindi i bambini sono lasciati liberi di esprimersi, cercano di fare esperienze piacevoli e quindi di gioire. Cercano contatto fisico, manifestazioni fisiche e verbali di affetto, cercano sostegno e guida, fanno domande per conoscere la realtà. Nel gioco si muovono per provare sensazioni piacevoli, attivano la fantasia per immaginare situazioni piacevoli, entrano in vari ruoli per scoprire nuove possibilità di espressione, esplorano vari aspetti del loro corpo, del corpo delle altre persone, della realtà in generale. Agiscono per creare ed agiscono per modificare vari aspetti della realtà fisica e sociale con cui sono in contatto e quindi si impegnano per raggiungere degli obiettivi.
Gli adulti hanno fondamentalmente le stesse esigenze dei bambini e gioiscono come loro quando riescono a soddisfare i loro desideri. Hanno però competenze fisiche, cognitive ed emozionali superiori e quindi possono vivere “in grande” le esperienze di intimità, di gioco e di impegno che i bambini fanno.
Vediamo ora in modo più articolato le esperienze di gioia degli adulti.
La forma forse più elementare di gioia è costituita dalla sensorialità e quindi anche dal movimento. Un filo invisibile collega l’esperienza del bambino che muove i primi passi alla meno esaltante ma comunque piacevole passeggiata al parco dei vecchietti. Il senso di trionfo che prova il bambino che inizia a camminare non ha nulla a che fare con piaceri “strani” come quelli legati alle competizioni, all’idea di essere “i migliori” o a sciocchezze del genere. Il bambino sperimenta la pura gioia di muoversi, di sentirsi padrone del proprio corpo, di sentirsi capace di esercitare una competenza e di poter raggiungere facilmente oggetti più distanti. Il piacere di questa autonomia non contraddice il piacere di una buona dipendenza, dato che il bambino, dopo i primi passi e l’esultanza per il successo vuole tornare all’abbraccio rassicurante della madre. La passeggiata degli anziani è la traduzione sbiadita, ma comunque corretta, del piacere del movimento cercato e sperimentato dai bambini. Tale piacere, si realizza ovviamente anche negli anni collocati fra i due estremi, quando i ragazzi o gli adulti si concedono il gusto di praticare uno sport o di muoversi con armonia ed efficacia nella natura, quando sperimentano il piacere di muoversi in sintonia con un altro essere (danza, equitazione, ecc.), di tuffarsi nell’acqua, di volare con un deltaplano, e così via. Il piacere di percepire il proprio respiro, il proprio movimento è elementare, ma importante, e lo si scopre appena si è immobilizzati o costretti a stare fermi, a protrarre un’attesa, e così via. Questo “piacere sensoriale”, se non è inquinato dall’ansia di prevalere sugli altri, è uno degli ingredienti basilari del piacere di “esserci” e costituisce la premessa per gioire in modi ancora fisici ma meno immediatamente fisici: il piacere di ascoltare e comprendere i suoni, la musica, le inflessioni dialettali o di sentire e distinguere gli odori e di gustare ambienti o cibi, il piacere di toccare persone, animali, oggetti, fiori, alberi, di vedere persone, animali, ambienti e coglierne le particolarità. Queste esperienze sono appaganti e quindi gioiose, ma sono anche la premessa di espressioni più complesse della gioia: la percezione di armonie e la contemplazione della bellezza.
“L’uomo ha bisogno di calore, relazioni sociali, ozio, comodità e sicurezza: ha però anche bisogno di solitudine, di attività creativa e di provare il senso della meraviglia” (George Orwell, Pleasure Spots, in The collected Essays, Journalism and Letters, Vol. 4. Penguin Books, 1968, p. 105). Le parole di Orwell ci sollecitano a chiederci quanto siamo abituati a cercare e trovare gioia e quanto invece siamo abituati a distrarci da noi stessi.
L’esperienza di contemplare la bellezza è gioiosa in modo meno immediato della pura sensorialità perché include una maggiore attivazione del soggetto e l’impiego di facoltà più complesse o anche di conoscenze. Per percepire l’armonia e la bellezza di un bosco non serve la cultura, ma la conoscenza delle forme di vita nel bosco intensifica il piacere. A maggior ragione la gioia derivante dalla contemplazione di una pittura o dall’ascolto di un brano musicale dipende anche dall’educazione ricevuta. La natura della bellezza è uno dei tanti incubi dei filosofi speculativi, ma al di là dei rovelli dell’estetica, sicuramente ciò che percepiamo come bellezza, armonia, equilibrio, grazia, ha a che fare con ciò che noi siamo. Se noi fossimo delle api pensanti forse considereremmo “belle” certe forme di ordine che invece consideriamo fredde e prive di grazia. La natura riflette la nostra sensazione di essere vivi e l’arte riflette la nostra capacità di muoverci con libertà e di esprimere sentimenti. La gioia ha a che fare con la contemplazione della bellezza, ma ha quindi a che fare soprattutto con la percezione della nostra bellezza.
Lo sguardo amorevole dei genitori, la loro disponibilità a “confermare” sensazioni, espressioni emotive, fantasie, permette ai bambini di non interrompere il flusso della loro percezione di sé e quindi di sperimentare il piacere di esserci, il ritmo del loro muoversi, l’armonia del loro esprimersi. Da tali esperienze sviluppano spontaneamente il senso della loro bellezza e del loro valore personale.
Noi non siamo “sicuri di noi stessi” perché pensiamo di essere più belli o più intelligenti o più forti di qualcun altro. Queste gioie “da confronto” crollano appena sospettiamo di avere un “valore commerciale” inferiore a quello di un’altra persona. Siamo sicuri di noi stessi se sperimentiamo la gioia di “esserci”, con le nostre sensazioni, con i nostri pensieri, con le nostre esperienze. Non serve che i genitori “educhino” i figli a sentirsi belli, preziosi, importanti, perché fanno ciò che basta dispensando attenzione e accettazione. Sentendosi amati, i bambini gioiscono di ciò che sono e crescono con la capacità di apprezzare le armonie e le bellezze degli altri e del mondo esterno.
La gioia che possiamo provare contemplando la bellezza della vita non è quindi solo “passiva”, ma sorge da una attiva accettazione di noi stessi e da una libera espressione di ciò che siamo.
Un’altra fonte di gioia, diversa nelle sue radici e nei suoi frutti, riguarda la sfera della conoscenza. Noi abbiamo bisogno di orientarci nella realtà e quindi di comprenderla. Dai “perché?” con cui i bambini incalzano i grandi, ai complessi quesiti della filosofia e della scienza, si sviluppa una fitta trama di desideri di conoscere. Quando i nostri desideri di conoscere trovano delle risposte sentiamo una grande gioia. Anche qui le difese psicologiche possono turbare il percorso della curiosità e trasformarlo in un incubo, se ci illudiamo di essere “accettabili” a condizione di “dimostrare” le nostre conoscenze. Questa assurdità deriva dall’esperienza di essere rifiutati e non dall’esperienza di avere dei limiti. Chiunque conosce la gioia di risolvere dei problemi, e di avere delle conoscenze e tale gioia non dipende dalla rilevanza delle nostre capacità o dei nostri limiti. La gioia di riparare una finestra non è maggiore della gioia di costruire l’ennesima geometria non euclidea. La gioia in questione è gioia, perché riflette l’esercizio soddisfacente di una competenza personale. La gioia del trovare risposte alle nostre curiosità (così come il dolore di fallire) ha quindi a che fare con il rispetto per ciò che siamo e per ciò che desideriamo. Gli educatori, facendo leva sulla curiosità dei bambini potrebbero favorire lo sviluppo delle loro potenzialità, ma purtroppo tendono ad imporre contenuti prefissati, spingendo i bambini ad apprendere per ottenere approvazione. Per questo motivo, la gioia della conoscenza è sconosciuta a tante persone.
Anche se i percorsi della gioia di “esserci” sul piano fisico-sensoriale, della gioia contemplativa e della gioia di esercitare l’intelligenza sono complessi, su tali temi gli esseri umani hanno detto a volte cose ragionevoli. La gioia dell’intimità invece è invece il tema sul quale normalmente la cultura accademica e “popolare” esprime idee confuse o del tutto infondate. Da sempre l’intimità è svilita e ricondotta alle “pulsioni” o alla necessità di cooperare, oppure è idealizzata come “amor cortese” o “altruismo”. Tali distorsioni dipendono, a mio avviso, da un fatto semplice e terribile: le esperienze gioiose relative all’intimità sono, fin dall’infanzia, così rare da non poter diventare conoscenza condivisa.
L’intimità dei bambini con la madre, e anche con il padre in un secondo momento, è la più intensa esperienza di gioia e non è solo un’esperienza piacevole, dato che è un’esperienza necessaria. La mancanza di tale intimità (che è un’intimità non “paritaria” ma “protettiva”) produce una sofferenza ingestibile, intollerabile, necessariamente da rimuovere.
L’intimità possibile agli adulti (che non può essere “protettiva”, dato che è l’esperienza della sintonia fra pari), produce una gioia molto intensa, anche se diversa da quella sperimentata nell’infanzia. Da adulti, nell’intimità noi riusciamo ad espandere i confini del nostro piccolo mondo personale ed a “toccare” in qualche misura altri “mondi”. La nostra identità è (da adulti) la nostra sicurezza di base, ma anche il nostro limite. Possiamo certamente vivere in solitudine, ma l’avventura dell’esistenza ha sicuramente a che fare con la possibilità di sentire, capire e rispettare altri mondi personali. Non mi riferisco all’aspetto utilitario della socialità o al semplice piacere di fare cose “in compagnia”. L’intimità è ciò che rende il nostro percorso umano un’avventura anziché una tranquilla passeggiata.
L’espressione più intensa dell’intimità si realizza nel rapporto sessuale, nel piacere del contatto fisico, nel piacere dell’apertura ad un’altra persona che ricambia tale apertura e nel piacere dell’abbandono alle proprie sensazioni ed all’altra persona nei movimenti involontari dell’orgasmo. Si può ovviamente provare gioia in uno contatto erotico piacevole, basato sulla semplice simpatia e sul desiderio di un appagamento fisico. Anche il “buon sesso”, infatti, include un minimo di intimità, ma non include l’intensità (e la proporzionale gioia) di un completo lasciarsi andare con una persona desiderata ed anche amata. Ovviamente la gioia dell’intimità sessuale è possibile nella misura in cui le difese psicologiche non vengono attivate. Le difese possono limitare o disturbare o complicare la sessualità adulta sul piano del desiderio, sul piano dell’espressione fisica e sul piano dell’appagamento percepito.
La gioia dell’intimità è tanto rara nella vita degli adulti solo perché nell’infanzia essa costituisce un bisogno, non un desiderio. Il fatto che nell’infanzia tale bisogno non venga soddisfatto rende le persone avide di intimità e terrorizzate all’idea di rischiare una sofferenza. Anche se le persone spesso sono convinte di desiderare una buona intimità, in realtà, senza esserne coscienti, evitano l’intimità cercando esperienze poco gioiose, ma compatibili con l’orizzonte grigio (e rassicurante) delimitato dalle loro strategie difensive. Proprio dal momento in cui le persone in analisi iniziano a sentire, esprimere e a non temere il loro dolore, cominciano a sentire in modo nuovo il desiderio di intimità, ad esprimersi in modo più libero e a sperimentare un tipo di appagamento che non immaginavano quando sovrapponevano altri desideri o timori alla loro inconcludente ricerca di rapporti intimi.
Ovviamente l’intimità è fonte di gioia anche nei rapporti diversi dal rapporto di coppia. L’intimità delle relazioni amicali è molto importante e, non a caso, si paragona l’amicizia ad un “tesoro”. Ovviamente, anche fra amici la gioia sperimentata è inversamente proporzionale alla presenza di difese psicologiche. In certi tipi di pseudo-amicizia si realizza, di fatto, soprattutto una complicità nella reciproca conferma di ciò che non si è (ad esempio, vittime o tipi “speciali”, ecc.) o nella condivisione di banali passatempi.
Una gioia che spesso è trascurata o è addirittura spostata dall’ambito delle emozioni e del piacere all’ambito delle speculazioni etiche è la gioia di favorire la gioia degli altri. Sheldon B. Kopp ha scritto in un bellissimo libro: “Puoi conservare soltanto ciò che dai via” (Se incontri il Buddha per la strada uccidilo, 1972, trad. it. Astrolabo, Roma, 1975, p. 197) e un’espressione molto simile è riportata nel film di Roland Joffé La città della gioia (1992): "All that is not given is lost" (E' perso tutto ciò che non doniamo), tratto da un romanzo del 1985 di Dominique Lapierre. L’idea in questione, non è certo recente e coglie qualcosa di importante nel percorso conoscitivo dell’umanità. Le varie religioni hanno, purtroppo, fatto del loro meglio per incanalare tale lampo di consapevolezza in concezioni distruttive di segno opposto e basate sull’esaltazione del sacrificio, sulla paura del piacere, sull’imposizione dei doveri. Al di là di queste distorsioni, l’idea in questione ha una grande profondità e merita di essere esaminata.
La gioia della benevolenza, sia del semplice sentire benevolenza, sia dell’attivarsi con benevolenza per favorire il bene degli altri è molto importante nell’esistenza personale. La nostra vita è sicuramente bella per le gratificazioni che ci diamo, per quelle che riceviamo dagli altri e per quelle che “ci capitano”, ma se non amiamo nessuno, le gratificazioni ci lasciano un senso di vuoto. I neonati ed i bambini piccoli non hanno nulla “da fare”, non possono “amare” e hanno semplicemente bisogno di tutto, proprio perché sono adulti incompiuti, ancora in formazione. Noi, invece, abbiamo bisogno di amarci e di amare. Se non ci amiamo, non ci accorgiamo di essere amati o comunque non sappiamo gioire per l’amore ricevuto. Se non amiamo nessuno, pur potendo gioire per alcune esperienze gradevoli siamo intrappolati nei confini del nostro mondo. Abbiamo bisogno di amare e non abbiamo il dovere di amare. Possiamo essere soggetti a doveri relativi alle consuetudini ed alle leggi della nostra comunità, ma tali pressioni o pretese non ci danno alcuna gioia, tranne la gioia ben modesta di evitare sanzioni se ci comportiamo in certi modi. Il “dovere” di amare è un’idea molto strana che deriva dall’interiorizzazione di un ricatto affettivo. Una mostruosità che solo i bambini accettano per non sentirsi respinti e soli.
3. Gioia e storia personale
Posto che l’idea di avere dei doveri si riduce all’illusione infantile di avere un controllo sull’affetto degli altri e quindi al timore di perdere questo controllo (inesistente) sugli altri, resta il fatto, ben più comprensibile, di avere la necessità di amare. Se non amiamo nulla non abbiamo forti motivi per vivere. Possiamo vivere per gustare una bella cena, fare un po’ di “sesso fra estranei”, godere il tepore del sole e l’acqua fresca del mare, ma poi ci sentiamo annoiati e anche un piccolo dispiacere può guastare facilmente il già traballante gusto di “esserci”. La gioia più profonda non sta nel piacere di mangiare un gelato, ma nel piacere di aver avuto cura di noi stessi gratificandoci con un gelato. La gioia più profonda non sta nel ricevere un regalo da un amico ma ricevere tale regalo da una persona che ci è cara. La gioia di voler bene (e quindi il piacere di fare del bene) agli altri è l’espressione ultima del nostro desiderio di intimità, di rapporti buoni, di esperienze armoniche.
Purtroppo non possiamo amare gli altri se non amiamo noi stessi e non possiamo amare noi stessi se non ci conosciamo e non ci conosciamo se non siamo in contatto con la nostra gioia e il nostro dolore. Ogni paura di mantenere il contatto con il dolore riduce la nostra capacità di gioire, di amarci, di amare gli altri e di sentire “piena” la nostra vita. Ciò non risulta da assunzioni metafisiche, ma dalla comprensione accurata di semplici esperienze.
La gioia derivante dall’amare è molto importante per la costruzione della nostra storia personale. Nei momenti di frustrazione, di sofferenza, di perdita non è certo la gioia a farci sentire comunque “interi” o in equilibrio. Non ci aiuta nemmeno l’amore degli altri perché nella sfera affettiva le gratificazioni ricevute non compensano le perdite subite. Ora, quando il dolore psicologico è intenso, se la gioia delle gratificazioni non compensa nulla, cosa ci permette di non “crollare”? Se osserviamo senza pregiudizi le nostre storie e le storie di altre persone, ci accorgiamo che nelle circostanze peggiori, ciò che ci mantiene in equilibrio e ci fa sentire ancora impegnati nel percorso della nostra vita è proprio il nostro amore. L’amore per noi stessi (in questo caso l’amore della compassione) e l’amore per altre persone. L’amore ci spinge a proteggerci ed a proteggere altre persone e questa bene-volenza è l’unica gioia che rende la nostra vita importante anche quando il dolore è intenso e lacerante. Senza l’amore per noi e per altre persone, la nostra storia personale è una somma di frammenti che, nei momenti molto dolorosi, perde facilmente consistenza e valore.
L’amore per noi stessi rende possibile l’amore per gli altri e l’amore per gli altri rende possibili forme di gioia diverse da quelle risultanti da un’immediata gratificazione” e tra queste spicca la gioia di veder gioire chi si ama. Sul piano metafisico si può affermare tutto ed il contrario di tutto, dato che si afferma solo ciò che serve per non capire il dolore che non si vuol sentire. Chi sa gioire, sa con certezza di gioire anche per la gioia delle persone che ama.
Viviamo in un mondo senza gioia. Non proprio senza gioia, ma con poca gioia. Con meno gioia di quella possibile. Un mondo in cui la tendenza a provare e a condividere gioia continua a rinascere con la nascita di ogni nuovo bambino, ma continua anche ad essere combattuta dagli adulti. La gioia dei bambini viene ostacolata dall’indifferenza, dalla “stanchezza” dei genitori, dai loro “problemi”, dai loro conflitti, dalla loro rabbia, dalla loro ansia. La gioia dei bambini fa arrabbiare o spaventa i genitori che hanno fatto tanta fatica per abituarsi a non gioire “troppo”.
Perché è tanto importante capire la gioia degli esseri umani? Perché è tanto importante distinguere la gioia fasulla collegata alle difese psicologiche e la gioia che sorge da desideri profondi? Perché è tanto importante chiarire il nesso fra la capacità di elaborare il dolore inevitabile e la capacità di gioire? Tali questioni sono importanti perché ogni fraintendimento relativo ad esse ostacola la possibilità di vivere “davvero”. Le difese psicologiche ci mantengono dissociati dal dolore, ma il dolore a volte travolge le nostre difese psicologiche e in tale eventualità ci troviamo spiazzati ed incapaci di dare un significato alla nostra intera vita. Il nichilismo non è una concezione filosofica dell’esistenza, ma un disturbo psicologico razionalizzato. Lo stesso si può dire delle concezioni metafisiche orientate a sconfiggere il nichilismo con il dovere dell’impegno o con altre idee consolatorie.
Se chiunque può ammettere che la gioia ed il dolore attraversano la vita degli esseri umani, in genere le difese psicologiche limitano la vita emotiva e determinano un impoverimento che può anche portare a considerare l’esistenza come un’assurdità. Ciò che ci fa sentire aderenti alla nostra vita e ad amarla non è una negazione “etica” dell’assurdità, ma l’esperienza compiuta della gioia che, purtroppo, presuppone l’esperienza limpida e non difensiva del dolore. Se concedessimo la gioia ad una sola generazione di bambini, nel giro di pochi decenni ci troveremmo in un mondo completamente diverso, senza violenza, senza etica, senza “ismi”. Un mondo di persone capaci di sentire e di capire ciò che sentono e impegnate a migliorare la propria vita e quella dei loro simili.